lessila in
passai per la
pensieri sopra ' fatti miei; e vennemi detto quasi forte: Alle guagnele!
vero; sì che il vostro sia savio fine, com'io spero.
In somma,
manca un poco per lui, che ha voglia dir sì, e non sa dillo. E non vuole
iscendere di quello, che certo non se gli viene: e il mezzano, suo
appoggio niuno di consiglio. E 'l caso è grande, pensate per voi. E' non
vede, che cento e dugento
io sono per fare adagio, e acconcio la vela; ma il vento ha a mandare
mandiate in quello modo, ec
egli o io facessimo altro, non voglio averlo levato dal
posto, e dove altra volta stette; et e' piace assai al suo
quel ch'io. Solo gli fate una lettera come a voi pare (e io ve ne mandava
una
ch'io l'abbia isforzato. Io tengo, e sia detto in umiliate, che all'esser suo
solitario come è, che egli farebbe meglio di me. Ora scrivete e non
scrivete, come vi pare: ogni cosa mi parrà ben fatta. Iddio opera, noi
sogniamo. Non m'è nuova la fede ch'io avea in voi, di tanto dire e fare,
quanto v'apparecchiate a fare. Così sarà la fede vostra in me, quando io
sarò certo che voi saprete ch'io non sono vostro amico in quello modo
che
detto più volte: Do! perchè non moiamo e poi ritorniamo, perchè le
puritadi degli animi si vedessono una volta? Poi che non volete, nol dirò
più. Se ho errato, so che m'avete per la carità perdonato. Arei caro, se
fatto no l'avete, ne parliate di questa cosa detta di sopra con monna
superbo! Qua si fanno tanti matrimoni, e sono fatti, che è maraviglia:
ma a me non fanno noia; io sono per lasciargli fare. A dì XIII di
mattino arà la mia
XV e mezzo. Io mi stava; e
suo
nell'animo, e amavi assai. La
De' fatti della
darà, e chi l'arà a fare, non dubitate vi sarà fatta ragione: io mel credo.
Per ancora, nulla se ne può dire. La lettera vostra ho stracciata, e
mandovene i segnali.
Io sono sano rimaso: ma viemmi vivere con molto ingegno. Ed è una
bella cosa quello che questi
come fa monna
I
hanno poi fatto altro; e voi possedete.
Ben diceste vero, che s'io avesse soda isperanza in Dio, non curarei
lasciar dopo me la fanciulla non maritata. -
guardate perch'io mi faccia di buona terra, ch'io nol fo per vanità questa
volta.
«La cagione di questa è, ch'io n'ho auta una da
quale, per l'amistà e
cui si posa l'animo mio più che in molti che oggi vivano; e ho a calere i
suoi fatti non altrementi che i propii miei, perchè nelle faccende mie
grandi e piccole, e' le fa sue, anzi le sue dimentica spesso per le mie. E'
m'ha detto, come persona che simile cosa non farebbe sanza me per
l'amore che e' mi porta, che uno vicino cercava di farvi
e ch'io ne scrivesse a lui mio parere, pensando
più per le mani ch'io non ho. A lui ho risposto, ch'egli è costà in sulle
cose, e sa meglio i costumi tuoi e la virtù tua, che non so io; e che se la
bontà tua risponde all'atto di fuori, che a me tu piaci: e d'esser tu ricco
o povero, gli ho detto che non curi; che, se vorrai esser buono, non ti
mancheranno delle vie.
«A te mi par pure anche da dire qualche cosa; cioè, che se tu diliberi lui
per
consiglio, che n'ha assai, e non avere della natura di
(perdonami) e' non volle mai credere a persona; dicoti, che in questo
caso io ne consiglierei te: altrementi, nè te nè lui consiglierei. Egli è
istratto da' costumi degli altri
caglia. Ma sia certo che, se amore non mi inganna, questa ti sarebbe
assai ventura. La fanciulla ho già voluta in
a starsi con la donna mia; che a me pare,
«Pensai mandare per te, che venissi a starti meco questa
fuggire la morìa s'astetta costà: ma no l'ho fatto, perchè sento stai a
non so che
meco.
«A
del mondo. E così dico anche a te, che se' giovane; e 'l tempo, e Iddio
prima, vi darà buono consiglio. Di lui non potresti esser
non fossi mio. Cristo ti guardi.»