che in qualunche parte io mi sia dove si senta alcuno bene, o dove si mostri via
dimostranteci vera vita, e il nostro fine, pare che
memoria, disiderando ch'egli vedesse o sentisse quel ch'io; quasi come se patto
avessi con lui, che niuno bene o virtù io gustasse sanza lui.
non paresse che l'anima mia come una particella della sua si contentar potesse,
se la sua mente non l'avesse con la mia participata.
Dirizzarei la lettera a lui, s'io pensasse ch'ella il trovasse in pace, e in
mente quieta, dove si vede ogni
suo bene, tempo astettarete, che ne possa prendere qualche conforto.
ispendere il tempo suo, e rendere a Dio giustamente esso tempo; lo quale ci ha
prestato, come più caro pegno ch'abbiamo. E a mostrargli come e' dicea ben vero,
udite parole del grande morale Seneca, quelle che al figliuolo ne scrisse; che
in queste sere ho letto, quando ho potuto.
«Soprattutto, gli disse, raccogli bene il tempo, e acquistalo. E avvisoti che
sono certi tempi, ci sono per forza tolti: alcuni ci sono levati dinanzi, quasi
segretamente, per una cotale tracutanza o trapensamento; certi altri ci caggiono
di mano; e questi sono più sozzi, e più da piagnere: ciò sono quelli vengono per
negligenzia. E dicoti per vero, grande parte della vita è tolta a chi male
adopera; un'altra parte a chi non fa covelle, e stassi: ma tutta la vita è tolta
a' negligenti. Or dimmi: trovasti tu mai niuno, che stimi bene il tempo, che
ponga giusto
questo siamo ingannati, in non vedere la morte, e grande parte di lei è già
passata. Tutta la nostra etade adrieto è morte. E però abbraccia bene ogn'ora; e
così arai meno pensiero di domane, se a oggi tieni bene le mani. Se indugi, la
vita passa. Ogni cosa a noi è straniera e d'altrui; solo il tempo è nostro. La
natura ci ha messi in questa possessione del mondo che transcorre; e
fuora cui ella vuole. E tanta è la cechità della umana gente, che ciò che
avviene, eziandio che si può riparare, s'oppone al tempo. Niuno giudica esser
debitore di Dio: e ha sì cara
eziandio uno grato renditore non potrà bene sodisfarlo.» E dice Seneca: «Tu mi
potresti dire: tu come fai, che questo mi comandi? Confesserottelo apertamente.
A me avviene come al peccatore, che male usa le cose; ma è sì diligente, che e'
tiene conto d'ogni errore. Non posso dire, Niente ho perduto; ma bene ho scritto
il quanto e 'l come. E della mia povertà ti renderò ragione. E m'avviene come a
molti male arrivati, o come ad alcuni che capitano male sanza loro vizio; che
ogn'uomo n'ha compassione, ma niuno soccorre. E però non è povero chi sta
contento a quello ch'egli ha, benchè poco sia. Tu poni da parte i mali; e
comincia a usare il tempo bene. I nostri antichi diceano: La
nel fondo, non è così da lodare; che spesso, il poco vi resta suole esser
cattivo.»
Dite a
più beffe fossono fatte, che d'uno che fosse con sue
vento a piene vele, e non le dirizzasse a qualche fine. Il nostro fine è Iddio.
Questi ci ha fatti, questi ci richiede, questi ci rende d'ogni uno cento: a chi
si volge a lui, questi è fedele attenitore, mansueto, soave, giusto, discreto,
misericordia tutto, aspetta assai, non si turba; e niuno può aver bene, se non
cerca del bene dà egli. Ogn'uomo è reo, avaro, sanza fede, superbo, amatore di
sè stesso, invidioso e sanza amore, altro che sè; e se amore mostra, è amore di
mercatante: tu bene a me, e io a te. Pregate il vostro
signore, s'impacci poco con questa mala gente. Ingegnisi por fine, se può, a
tante sue vili e mondane opere; e ogni cosa si può in Dio: se esso vorrà, potrà.
Questo resto ci avanza, che è in fondo, usiallo in Dio; e almeno c'ingegniamo
morire
So bene ch'io erro; chè prima si vuole fare, poi insegnare. Non posso bene fare
altro, chè buono amore non posso raffrenare. A me perdonate: so che così farete,
chè degnaste consolare la mia afflitta, in povera
Disidero siate salvi. -